De Deo: credere in Dio è più “scientifico” del non credere
Set 16th 2008adminSenza categoria
Infinito è Dio, ed infinite sono le vie che portano a Lui. Io vorrei illustrarne una, dalla quale mi sento maggiormente coinvolto e convinto.
Il percorso che vorrei seguire comporterà almeno quattro interventi, che seguiranno man mano che i precedenti avranno avuto buona o cattiva accoglienza.
Presupposti metodologici.
Definiamo, per iniziare, due presupposti che dovrebbero essere preventivamente accettati per poter concordemente proseguire non solo nel nostro ragionamento, ma nel semplice percorso verso la conoscenza di ogni Verità:
1) Il sapere umano, al di là dell’unica certezza del conoscerci come esseri pensanti, è interamente ipotetico, come il lavoro di Popper ha bene illustrato. Il nostro percorso sul cammino della conoscenza consiste nell’esaminare le nostre percezioni e nel tentare ipotesi per spiegarle. Queste ipotesi sono da noi accettate per “vere” in quanto coerenti tra di loro, coerenti con l’insieme delle percezioni stesse, non in contrasto con la nostra struttura mentale logico-matematica e se servono a darci una spiegazione soddisfacente dei fenomeni percepiti. La prima delle ipotesi accettate è, per esempio, l’effettiva esistenza di un mondo esterno a noi e di altri soggetti pensanti come noi. Tra le ultime, sempre per esempio, la teoria della relatività generale, assieme all’intero sapere scientifico.
Nessuna delle ipotesi formulate, neppure la più”scientifica” di queste, può dirsi con certezza “vera”, e sempre potrà essere smentita da nuovi fenomeni da noi percepiti, o da teorie più soddisfacenti.
2) Il nostro sapere si fonda sulla nostra percezione di verità evidenti di per se stesse, quali le verità logiche o matematiche e le certezze intrinseche all’esistenza della nostra mente pensante, tra cui primeggiano la nostra volontà e la libertà del nostro pensiero, da noi liberamente guidato: senza l’accettazione di queste certezze, inutile sarebbe ogni passo verso la conoscenza, perché nessuna fede potremmo attribuire allo strumento stesso di questa, cioè il nostro pensiero. In particolare, indispensabile risulta essere la fede nella libertà interna del nostro pensiero: un pensiero forzato dall’esterno potrebbe indurci in ogni errore ed inganno, senza che potessimo in alcun modo esserne avvertiti.
Il rifiuto di uno solo dei due presupposti non può portarci ad altro che ad uno scetticismo assoluto, ben illustrato dal detto di Gorgia da Lentini: “la Verità (l’Essere) non esiste; se esistesse non potrebbe venir conosciuta; se la conoscessimo non potremmo comunicarla ad altri”.
Anticipiamo il significato di questi due presupposti nel cammino verso il credere in Dio.
Il primo postulato annulla ogni critica a questo credere che ne sottolinei la ipoteticità (comprese le critiche kantiane) perché ogni sapere è ipotetico: per affermare l’illogicità del credere in Dio occorrerebbe poterne dimostrare la non coerenza con l’insieme dei fenomeni percepiti, o la sua inutilità nello spiegarli, cosa mai riuscita a nessuno.
Il secondo serve invece a dimostrare l’illogicità del non credere in Dio attraverso l’ipotesi materialista: questa porta inevitabilmente a non credere alle verità evidenti, tra le quali per prima la libertà del pensiero, minata dal determinismo materialista, e l’impossibilità di accettare la validità dell’intera struttura logico-matematica della mente umana, annullata dall’ipotesi evoluzionista: la mente umana potrebbe giudicare solo di quanto concerne la sopravvivenza e la riproduzione, ma non di altro, come la struttura dell’universo, della materia, o le matematiche superiori necessarie al sapere scientifico. (1-segue)
Ben strana è la condizione umana: assetati come siamo di sapere, l’unico sapere del quale possiamo essere certi è la nostra stesa esistenza, in quanto esseri pensanti. Ogni altra cosa ci è data come ipotetica, nella quale, cioè, nessuna certezza possiamo riporre. La sola cosa della cui esistenza siamo certi è il nostro Pensiero, ma di questo siamo sommamente certi. Ogni altra cosa è conosciuta, sentita e percepita da noi all’interno del nostro Pensiero, o della nostra Mente, come vogliamo chiamarla. Non solo percepiamo tutto all’interno del Pensiero, ma lo percepiamo nelle forme proprie del Pensiero. Banalmente crediamo che sapori, colori, odori, suoni e rumori, sensazioni tattili, piaceri sensuali ed altro ancora siano manifestazioni veraci di un mondo esterno: essi non sono altro che modi del Pensiero: nessun colore, nessun odore, nessun suono o profumo, nessun senso del freddo o del caldo esistono nella materia: essi sono solo creazioni autonome della nostra Mente, con la quale essa traduce strane vibrazioni o frequenze, per noi altrimenti impercepibili.
Senza la Mente percipiente non esisterebbe una sinfonia di Behetoven, né un quadro di Raffaello, assolutamente inconoscibili nella loro realtà materiale, ma da noi percepiti esattamente così come pensati dall’artista. Creazioni mentali destinate ad un pubblico solamente mentale.
Anche il nostro agire noi lo percepiamo solamente nel Pensiero: noi pensiamo di voler agire e ci vediamo agenti, ma solo nel nostro Pensiero. Mai, in tutta la nostra vita, ci è accaduto, né mai ci accadrà di contattare la Materia, quest’altra realtà nella quale poniamo tanta fiducia.
La Materia, intesa come ciò che esiste indipendentemente dal Pensiero, è una ipotesi del Pensiero stesso che serve a spiegare l’esistenza di una parte di questo che non risulta a noi facilmente manipolabile, come le altre parti della nostra Mente, più propriamente “nostre”: quello che chiamiamo mondo esterno.
Fortunatamente per noi l’ipotesi dell’esistenza della Materia è già stata abbondantemente indagata proprio dai materialisti, cioè da parte di coloro che in essa pongono tale fiducia da reputarla la fonte prima di ogni essere. Credere nell’esistenza della Materia porta inevitabilmente a credere nella sua natura primigenia ed a pensare che il Pensiero non sia altro che il frutto di modificazioni materiali.
E’ opinione abbastanza comune, anche di chi non si reputa materialista, che il Pensiero derivi dal cervello, cioè da un pezzo di materia installato nella nostra scatola cranica, percorso da neuroni e sinapsi, in perpetuo alternarsi di stati elettrici e chimici che meccanicamente ed autonomamente si formano entro questo, provocati da stimoli elettrici e chimici provenienti dall’esterno lungo il nostro sistema nervoso. Ma se il Pensiero è originato dal cervello, esso è l’effetto, e non la causa degli stati meccanici in cui si trova il nostro corpo, e la prima conseguenza di questa opinione è che la libertà che noi attribuiamo ad esso è solamente illusoria: quando noi decidiamo di toccarci il naso, è il nostro cervello che già ha deciso per noi, e noi eseguiamo obbedienti un ordine che, inconsapevolmente, riceviamo da altri (le cellule cerebrali). Parimenti accade in occasione di ogni ragionamento che noi facciamo: esso non è che la copia conforme delle modificazioni elettrochimiche che avvengono nel nostro cervello per motivi meccanici inevitabili. In parole povere, si deve credere che la nostra Mente, che così chiaramente ci mostra di essere liberamente manipolabile dalla nostra volontà, in realtà non è che un inganno, e noi siamo solo degli automi sciocchi. La Materia, che è ipotesi del Pensiero, ci porta a credere, in base a ragionamenti sviluppati dal Pensiero, che proprio il Pensiero sia ingannevole: ma questa è una palese contraddizione logica.
Quando una ipotesi generata in base ad una premessa certa ci porta ad una contraddizione con la premessa, questa si chiama “dimostrazione per absurdum” che l’ipotesi è falsa. Pertanto l’ipotesi che possa esistere qualche cosa di indipendente dal Pensiero (Materia), non può essere che falsa, ed assolutamente irragionevole è la posizione di coloro che sostengono la veridicità dell’ipotesi e la falsità del postulato, cioè di ciò della cui esistenza siamo più certi, anzi della cui esistenza siamo solamente e massimamente certi, cioè il nostro Pensiero.
Questa conclusione, che aspetta ancora una ragionevole smentita da parte del sedicente pensiero materialista, è il primo passo del cammino verso la fede razionale in Dio. (2-segue)
De Deo: l’ipotesi “Dio”.
Le contraddizioni a cui ci porta l’ipotesi materialista sono numerose, troppe anche solo da elencare in queste brevi note. Esse coinvolgono soprattutto quello che vorrebbe essere il cavallo di battaglia dei materialisti, cioè la scienza, le cui certezze perdono ogni credibilità quando pensate da una cosa tanto ingannevole quanto il pensiero umano, frutto delle variazioni meccaniche, e pertanto casuali, di un pezzo di materia sviluppatosi casualmente all’interno della nostra scatola cranica.
Ma, una volta scartata questa ipotesi, ci resta allora da spiegare l’esistenza, per noi così evidente, di un mondo esterno a noi stessi, oggetto di contemplazione del nostro Pensiero, ma non a questo subalterno.
“Entia non sunt multiplicanda sine necessitate” diceva Ockam.
“Delle cose naturali non devono essere ammesse cause più numerose di quelle che sono vere e bastano a spiegare i fenomeni” diceva Newton, ripetendo in realtà l’adagio di Ockam. In parole povere, quando un fenomeno può venir spiegato con qualche cosa di già noto con certezza, non vanno formulate altre ipotesi, inutili e dannose alla ricerca del vero.
Allora, quando dobbiamo spiegarci il mondo esterno, prima di inventarci altre ipotesi, quali la materia, dobbiamo esaminare se esso non sia spiegabile con qualche cosa che già conosciamo per vero.
Questa cosa è proprio il Pensiero, della cui esistenza reale siamo sommamente certi.
Esaminiamo quindi una nuova ipotesi, e controlliamo se essa non sia contraddittoria con quello che percepiamo o con i principi logico matematici.
Se il mondo esterno fosse pensiero di un’altra Mente, diversa dalla nostra ed in grado di “crearlo”, pensandolo in se stessa, nella sua intera funzionalità, e noi fossimo in grado di percepire questo mondo nel nostro pensiero, attraverso una via di accesso, così come da un terminale è possibile accedere alla memoria interna di un computer, quali sarebbero le contraddizioni cui andremmo incontro?
In realtà, nessuna. La natura di pensiero di noi stessi, esseri pensanti, e del mondo esterno, spiegherebbe anzi perfettamente la nostra percezione (che avviene nel pensiero e nelle forme proprie del pensiero), oltre che la nostra capacità di comprendere il mondo stesso, nelle sue regole e nelle sue leggi, originate anch’esse da un Pensiero di natura simile al nostro.
Il concetto di “memoria condivisa” è tipico del mondo dei computer, ed illustra bene il modello cui facciamo riferimento.
In questa ipotesi, il nostro corpo è il terminale di accesso al mondo esterno, capace di agire su di esso ed essere comandato dalla nostra mente. Il cervello non sarebbe più l’origine del nostro Pensiero, ma l’immagine “materiale” di questo, il tramite attraverso il quale il nostro Pensiero pensante accede al Pensiero pensato che costituisce il mondo intorno a noi, ed in realtà anche noi stessi: anche noi, infatti, saremmo Pensieri, pensati liberi e pensanti della Mente che tutto regge.
Questa ipotesi, che appare così fantastica al nostro sapere quotidiano, falsato da abitudini ancestrali e da una propaganda materialista asfissiante e continua, è quella cui è giunto, dopo duemila anni di ricerche e meditazioni, il grande Pensiero occidentale, ed è perfettamente coerente con quanto creduto e predicato dalla nostra Fede cristiana, nata e sviluppatasi all’interno di questo Pensiero, talché i primi scrittori cristiani dicevano: “la Rivelazione ci viene attraverso due vie, quella della Scrittura e quella dei Filosofi”.
La Mente ipotizzata è quella che Platone chiamava Idea originaria, che Aristotele chiamava Pensiero di Pensiero, che Hegel chiamava Assoluto e che Tommaso, e noi poveri credenti chiamiamo Dio.
Questa ipotesi spiega perfettamente la realtà del mondo esterno, il sapere scientifico, le leggi naturali (che il materialismo, detto per inciso, non è in grado in alcun modo di spiegare) e, soprattutto, noi stessi, i nostri sogni e le nostre aspirazioni,. assieme all’intero nostro mondo spirituale e culturale, ritornato alla sua realtà originale ed assoluta.
Resta solo da indagare quale sia la nostra natura, in questo modello, tale da garantire la nostra conoscenza e la nostra libertà. (3-segue)
De Deo: anche noi siamo pensieri di Dio
Una volta definito il mondo esterno, dobbiamo chiederci chi siamo noi. Infatti la nostra esistenza indipendente dalla Mente suprema non è spiegabile, né si può giudicare possibile una nostra capacità autonoma di esistere e sussistere, capacità che ci farebbe apparire dal nulla e nel nulla sparire. Dobbiamo perciò concludere che anche noi siamo Pensieri di Dio, pensati in modo differente dalla Realtà materiale (diamo questo nome al mondo cosiddetto esterno, quello che ci viene presentato dalle sensazioni). Noi abbiamo la caratteristica di saper pensare a nostra volta. Perciò siamo dei Pensieri pensati pensanti.
Vorrei ora sviluppare meglio il concetto, utilizzando un’analogia tratta dall’esperienza umana
Prima di proseguire, sento il bisogno di giustificare l’utilizzo di analogie con realizzazioni umane, per comprendere quella divina, infinitamente più complessa, conformandomi al parere di un grande teologo e grande santo, Anselmo d’Aosta, che affermava che, essendo la mente dell’uomo la cosa più simile al suo Creatore, essa, contemplando se stessa, può capire la Mente divina.
Così, poiché anche l’uomo crea, dando origine a mondi e realtà della sua fantasia, esaminando come queste creazioni sono realizzate, possiamo avere una, magari lontana, parvenza di come può agire il Creatore supremo.
Quando uno scrittore scrive un romanzo, od un’opera letteraria di altro genere, egli dà vita ad un certo numero di personaggi, che agiscono all’interno delle pagine della sua opera. Se questi è un grande scrittore, i suoi personaggi non agiscono in modo uniforme, tutti uguali come marionette. Ogni personaggio, specie i principali, ha un suo carattere, una sua indole, sue idee, esperienze motivazioni, che lo rendono inconfondibile al lettore e che lo fanno agire in modo differente da tutti gli altri. Vi sono i buoni ed i cattivi, i santi ed i malvagi, i semplici ed i maliziosi: tutto lo spettro dei caratteri umani può venir esplorato e presentato in un grande romanzo.
L’Autore crea i suoi personaggi, pensandoli, ed a ciascuno dà una individualità sua propria, che lo porterà ad agire all’interno della storia.
Tanto più grande è l’Autore, tanto più reali sono i suoi personaggi.
Ma come può egli far agire questi attori, in modo che non la sua indole e la sua volontà si manifesti in essi, ma la loro?
Solamente immedesimandosi in loro questo sarà possibile. L’Autore deve, in se stesso, fingersi la propria creatura, sentire il suo modo di essere, il suo modo di pensare, di amare o di odiare: e questo sarà possibile solo se egli avrà ricreato, dentro di sé, l’intera psiche del suo personaggio, con esperienze, indole, carattere propri.
Allora accade quello che molti grandi scrittori raccontano: i personaggi del romanzo si animano di vita propria, agiscono liberamente, prima nella mente dell’Autore, poi nelle pagine dell’opera. L’Autore sente la volontà della sua creatura, che scaturisce dalla animazione dell’intera sua psiche nella mente dell’artista.
Questi, quando pensa al suo personaggio, esce dal proprio Io ed entra in quello della sua creatura, e diviene l’esecutore della libera volontà di questa, cui egli si adegua.
Così accade a Dio, quando Egli ci crea dentro di sé, pensandoci. Dentro di Lui prende vita un altro Io, diverso da Suo: il nostro.
Dio ci pensa, e quindi ci crea, attribuendo a ciascuno di noi caratteristiche proprie ed uniche; il nostro corpo; le nostre attitudine e capacità. Quindi si immedesima in questa sua creatura, sentendone i sentimenti, le passioni, i desideri e la volontà: da questi fa scaturire prima il libero pensiero e poi la libera azione di ciascuno di noi.
Così ha origine e si sviluppa il grande romanzo della Creazione, animato e scosso dalle infinite attività degli Spiriti cui la suprema Mente dà vita. Egli, a Sua volta, guida il percorso dell’Universo facendo agire le Leggi naturali, da Lui pensate e concepite, ed imprimendo la direzione voluta dalla Sua Provvidenza.
Noi, quindi, siamo la autocoscienza che Dio ha di noi stessi.
(4-fine)


stefano on 16 Set 2008 at 17:42 #
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